Investimenti e strumenti finanziari da evitare

Nella mia pratica di consulente finanziario indipendente mi confronto spesso con investitori che, quando mi contattano per la prima volta, presentano in portafoglio investimenti e strumenti finanziari da evitare.

Si tratta in molti casi di prodotti complessi e costosi, come polizze multiramo (unit linked), gestioni patrimoniali, fondi complicati, PIR alternativi, e via dicendo. 

La cosa più sorprendente è che anche quegli investitori che si ritengono “negati” e dicono di “non capirci niente” riescono a comprendere perfettamente di aver sottoscritto investimenti da evitare quando gli viene spiegato come stanno realmente le cose su poche e semplici slides. 

Nel momento in cui chiedo il motivo per cui un certo strumento finanziario sia presente in portafoglio, molte delle risposte che ricevo fanno riferimento alla consulenza finanziaria che hanno ricevuto, spesso dalla banca o dai promotori finanziari collegati ad essa.

Questo articolo verrà quindi diviso in due sezioni:

  • Nella prima parte vedremo perché certi strumenti finanziari, seppur di cattiva qualità, vengono comunque consigliati. 
  • Nella seconda parte ci occuperemo invece di quali investimenti sia meglio evitare, proprio perché apportano più danni che benefici nei portafogli finanziari.
Come evitare il disastro finanziario L'87% degli investitori non sa quello che fa e non si tutela correttamente. Il risultato potrebbe essere un disastro finanziario (evitabilissimo). Proteggiti adesso con la mia potente check-list di pianificazione!

Come vengono creati gli strumenti finanziari da evitare

Il mercato degli investimenti è popolato da una miriade di strumenti finanziari. Ad un livello di base, possiamo distinguere due macro-categorie di strumenti finanziari:

  1. Strumenti semplici e poco o per nulla costosi, come azioni, obbligazioni ed ETF. Possiamo chiamarli “strumenti finanziari di base”
  2. Strumenti complessi e costosi, quelli da evitare (polizze unit linked, gestioni patrimoniali, fondi attivi, prodotti strutturati…) che nascono come combinazione, talvolta molto articolata, degli strumenti finanziari di base.

Ecco una mappa mentale per comprendere la situazione:

Strumenti finanziari semplici vengono composti per produrre strumenti finanziari complessi da evitare.

Gli strumenti semplici vengono dunque “impacchettati” e “inscatolati” in asset finanziari via via più complessi, creando letteralmente prodotti inutili, talvolta persino dannosi: polizze unit linked, fondi flessibili e complessi, prodotti strutturati, gestioni patrimoniali, PIR, PIP, e via dicendo. 

Ecco dunque il risultato: si formano gigantesche “scatole di scatole”, delle costose matrioske che giungono sui tavoli della rete di consulenza, pronte per la vendita ai clienti.

Il punto cruciale è questo: nel combinare strumenti semplici per ottenere quelli complessi, gli investitori non traggono spesso alcun vantaggio. Complessità e costi elevati non generano maggiori rendimenti. Al contrario, li riducono. 

Chi ci guadagna, quindi, da costi e complessità?

Il meccanismo della parcella occulta

Le uniche figure che traggono vantaggio da complessità e costi degli strumenti finanziari da evitare sono tutti gli attori coinvolti nella filiera commerciale di produzione e distribuzione di questi stessi prodotti: gestori, banche/assicurazioni, e le reti di consulenza.

Ciascuno di loro trattiene infatti il suo margine di guadagno, derivante dal ruolo di “inscatolatore” che svolge all’interno della filiera:

  • il gestore dello strumento finanziario vuole essere remunerato per la sua attività di gestione.
  • La banca/assicurazione/impresa di investimento vuole il suo guadagno per aver confezionato la proposta commerciale ai suoi clienti.
  • Il consulente finanziario monomandatario collegato alla banca vuole il suo guadagno per aver concluso la vendita del prodotto.

Si crea così un conflitto di interessi sistemico: il sistema tende a premiare gli strumenti o i servizi con commissioni più elevate e stabili nel tempo, indipendentemente dalla loro efficienza. 

Questa immagine descrive alla perfezione il meccanismo di creazione e distribuzione di questi “scatoloni”:

I rendimenti di lungo periodo derivano da strumenti semplici e fondamentali (azioni, obbligazioni, ETF). Su questa base, gestori e intermediari aggiungono complessità e costi, creando prodotti “scatolati” che il cliente finisce per acquistare.

Quello che il cliente paga davvero è una matrioska di costi: un involucro che raramente porta benefici, ma garantisce margini elevati agli istituti finanziari. Questo meccanismo genera la “parcella occulta”, cioè il costo complessivo di prodotti e servizi complessi, poco visibile e difficilmente comprensibile per il cliente.

Il cliente, ignaro del processo di confezionamento, non percepisce l’impatto devastante che questi costi hanno nel tempo.

La consulenza finanziaria bancaria, nella maggioranza dei casi, è guidata da incentivi strutturali che favoriscono proprio gli strumenti meno efficienti e più costosi, spesso quelli che sarebbe meglio evitare.

Incentivi e conflitti di interesse: come vengono proposti i prodotti finanziari da evitare

I clienti investitori troverebbero maggior conforto e risultati migliori se investissero in maniera semplice in strumenti finanziari altrettanto semplici ed economici, come gli ETF.

Tuttavia, ricevono spesso consigli di investimento che puntano nella esatta direzione opposta, per il semplice fatto che prodotti complessi e costosi producono maggior guadagno per gli istituti finanziari, che poi pagano la rete di consulenza proprio in base ai prodotti che hanno venduto. 

Ecco dunque il problema organico della consulenza finanziaria tradizionale: gli incentivi sono del tutto disallineati agli interessi dei risparmiatori. Anzi, sono proprio agli antipodi.

Consulenza finanziaria e addebiti commissionali

Nella consulenza finanziaria tradizionale la remunerazione del servizio avviene attraverso un meccanismo indiretto di addebito commissionale. In poche parole, il cliente paga sempre delle commissioni bancarie, che possono essere:

  • al 100% indirette, cioè completamente annegate nei costi dei prodotti, invisibili al cliente se non per il tramite del rendiconto costi e oneri Mifid;
  • Parzialmente indirette, cioè in parte addebitate nei costi dei fondi, e in parte esplicite come costo del servizio. In questo interessante articolo di Costantino Forgione viene spiegato nel dettaglio come avviene la cosiddetta consulenza a parcella “fee-only” della banca (che fee-only non è, anche se viene proposta come tale).

Fondi comuni, polizze finanziarie, gestioni patrimoniali e altri strumenti da evitare prevedono commissioni di gestione e costi di impianto che il cliente paga nel tempo senza versarli direttamente. I costi occulti che gravano su queste tipologie di investimento sono molti:

  • Costi di gestione
  • Retrocessioni (incentivi da terzi)
  • Costi amministrativi
  • Costi di transazione
  • Tasse legate al turnover di portafoglio
  • Eventuali costi di ingresso
  • Eventuali costi di performance

Una parte di queste commissioni viene trattenuta dal gestore del prodotto, mentre un’altra parte viene retrocessa lungo la catena distributiva: prima alla banca o alla rete di consulenza, poi, in misura variabile, al consulente che ha proposto l’investimento. 

E anche quando le retrocessioni vengono stornate al cliente, viene poi applicata una “fee-on-top”, ovvero un costo di consulenza, che annulla completamente i benefici dello storno.

Budget, pressioni commerciali, accordi distributivi: gli strumenti finanziari da evitare vengono comunque venduti

Questi modelli consulenziali sono architettati in modo da promuovere certi strumenti finanziari a discapito di altri: budget da raggiungere, pressioni commerciali, accordi distributivi con le case prodotto e le SGR, e perfino delle “gare interne” alla rete di consulenza, inducono strutturalmente banche e reti a distribuire strumenti finanziari costosi, a unico beneficio di chi quei prodotti li crea, li confeziona e li vende.

Ora che abbiamo capito come funziona il sistema di incentivi tipico della consulenza finanziaria tradizionale, entriamo nel dettaglio: quali sono gli investimenti e i prodotti finanziari da evitare?

Procederemo con una scaletta pratica e completa di esempi.

Strumenti finanziari da evitare: descrizione ed esempi concreti

Polizze vita unit-linked

Le Polizze Vita Ramo III Unit Linked sono tra gli strumenti finanziari più costosi e inefficienti, con costi annui spesso compresi tra 2% e oltre 4%. Sono prodotti ibridi investimento – assicurazione, venduti tramite messaggi rassicuranti ma parziali o fuorvianti.

Il vero motivo della loro diffusione sono i margini elevatissimi per intermediari e reti di consulenza: le retrocessioni possono superare il 70% dei costi pagati dal cliente, che quindi non finanziano la gestione dell’investimento ma la vendita del prodotto.

Durante il collocamento vengono minimizzati costi, vincoli, complessità e inefficienze. Una unit linked può costare fino a 20 volte un ETF equivalente, risultando un pessimo strumento di investimento.

Anche sul piano assicurativo sono inefficienti: la “protezione” è spesso solo la restituzione del capitale versato (con lieve maggiorazione), senza un reale trasferimento del rischio alla compagnia.

Inoltre impongono vincoli di lungo periodo (anche oltre 10 anni) e penali di uscita, pensate per trattenere il cliente e massimizzare le commissioni.

Il problema centrale è la stratificazione dei costi: si paga sia il “contenitore” della polizza sia i fondi sottostanti, moltiplicando l’erosione del rendimento.

Ecco un esempio pratico.

Esempio: Vita Insieme di Fideuram Vita (polizza unit linked)

La Unit Linked Vita Insieme di Fideuram Vita rappresenta un buon caso di analisi di polizza unit linked.

Vita Insieme ha costi correnti (riporto la pagina da cui estrarre il KID) che possono variare da un minimo del 1,20% un massimo del 5,44% annuo, a seconda di come viene configurata la polizza:

costi da KID polizza unit linked Vita Insieme di Fideuram

I costi effettivi che sostengono i clienti sono però conoscibili solamente a posteriori solo tramite il Rendiconto costi e oneri. Tali costi finali si formano in base alle linee scelte (interne o esterne, e che a loro volta presentano costi diretti e indiretti) e al costo di gestione applicato all’involucro della polizza. 

Le linee interne sono spesso le più remunerative per l’intermediario che colloca la polizza, perché c’è un duplice guadagno: gestore e collocatore appartengono allo stesso gruppo bancario/assicurativo, e spesso le retrocessioni sono le più elevate possibili. Queste linee sono anche quelle che vengono promosse maggiormente, com’è ovvio, a prescindere dalla loro effettiva qualità.

Cosa guardare in una Unit Linked: la composizione dei costi

Se analizziamo il DIP aggiuntivo Vita Insieme (vedere da pag. 10) troviamo il dettaglio della struttura di costi che riflette bene lo schema appena descritto. Quando Vita Insieme di Fideuram viene progettata per il cliente, i fondi presentano più livelli di costi:

  • Ci sono le commissioni di gestione dirette, esplicitate sul prospetto, 
  • E ci sono quelle indirette, che a loro volta dipendono dal tipo di investimenti che fa il fondo.

Esempio: Se nella polizza viene inserito il fondo “Core Beta 15 EM K”, il cliente sostiene in modo continuativo:

  • Un costo annuo di gestione del 2% sul fondo (del quale il 72,5% viene retrocesso all’intermediario)
  • Più tutti i costi indiretti collegati al fondo. 
  • Più i costi della “struttura generale” della polizza (non visibili sul KID né sui prospetti, ma “estraibili” dal rendiconto costi e oneri in forma dettagliata).

Quando una polizza Unit Linked viene configurata con una serie di fondi di questo tipo, è facile che i costi complessivi dello “scatolone” lievitino, appunto, fino a oltre il 5%.

Le Unit Linked sono prodotti strutturalmente complessi pensati più per la remunerazione di gestori e collocatori che per i reali interessi dei clienti. Vanno evitati il più possibile.

Gestioni patrimoniali in fondi

Si tratta di contratti attraverso i quali la banca compra e vende fondi di investimento per tuo conto. In una gestione patrimoniale troviamo dunque un bouquet di fondi di investimento, che vengono compravenduti in continuazione nel corso dell’anno. 

Come nel caso delle Unit Linked appena descritte, anche nelle gestioni patrimoniali l’intermediario aggiunge un livello di costi per la gestione del prodotto complessivo (lo “scatolone”), spesso dell’ordine dell’1% o più. Questi costi si sommano a quelli dei singoli fondi interni, spesso già elevati.

Grazie a questa stratificazione, una gestione patrimoniale può facilmente superare il 2% di costi annui complessivi, fino a superare il 4% o 5%.

Come nel caso delle polizze unit linked, anche per le gestioni patrimoniali assistiamo ad uno schema di vendita basato su una specifica narrazione:

  • “Selezioniamo solo i fondi migliori.”
  • “All’interno di una gestione patrimoniale si compensano le minusvalenze.”
  • “Possiamo configurare la gestione patrimoniale in maniera personalizzata.”
  • “Possiamo garantire alta flessibilità nello switch tra comparti e linee di investimento.”

Cosa non ti viene detto delle gestioni patrimoniali

La verità è che non si può sapere in anticipo se un determinato fondo, che in passato ha fatto bene, continuerà a fare bene anche in futuro. Le statistiche mostrano un fatto chiaro: non c’è continuità nella produzione di extra-rendimenti.

In poche parole, investendo in una gestione patrimoniale stai pagando una selezione di fatto inutile. Va poi ricordato un altro fattore che incide in modo negativo sui risultati di lungo periodo delle gestioni patrimoniali: la tassazione.

Sebbene le gestioni patrimoniali vengano vendute con l’etichetta del “beneficio fiscale” dovuto al meccanismo interno di compensazione di minusvalenze, va ricordato che questi prodotti versano tasse tutti gli anni sui risultati netti maturati dalla gestione. 

A fine anno, se la gestione patrimoniale riporta un risultato netto positivo (dopo aver recuperato eventuali minus), si pagano le imposte sulla plusvalenza maturata durante questi 12 mesi, a prescindere dal fatto che tu venda o meno il prodotto.

Hai capito bene: il prelievo fiscale avviene ogni anno in cui la gestione produce un rendimento netto positivo su carta, anche se non la vendi. Nel rendiconto annuo della tua gestione troverai infatti una voce legata alle tasse versate.

Questo produce reale inefficienza fiscale, perché impedisce di sfruttare appieno il meccanismo di interesse composto nel tempo, violando uno dei 7 principi per investire a lungo termine.

Esattamente il contrario di come viene venduta.

Fondi comuni a gestione attiva

Si tratta dei classici fondi proposti da banche e reti di consulenza. Si chiamano “attivi” perchè il gestore del fondo sceglie più o meno liberamente e attivamente i titoli da comprare.

I fondi comuni a gestione attiva nascono con uno scopo preciso: far meglio dei benchmark. Il concetto è il seguente: siccome un investitore può investire in un indice di mercato (un benchmark, appunto) utilizzando uno strumento molto semplice ed economico come un ETF, ha senso pagare un gestore attivo se riesce a produrre rendimenti maggiori del suo benchmark.

Il messaggio che viene dato agli investitori è: “Grazie alla selezione attiva di titoli e strategie, questo fondo attivo è in grado di superare il rendimento del suo benchmark, dunque ha senso pagare per la qualità di gestione superiore.”

Il problema è che la stragrande maggioranza dei fondi non riesce affatto a battere il suo benchmark, soprattutto nel lungo termine.

Il grande problema dei fondi attivi: ecco perchè sono da evitare

Il Report European Active/Passive Barometer di Morningstar mostra chiaramente che i fondi attivi collocati in Europa hanno grandi difficoltà nel produrre ritorni maggiori dei benchmark. Questo fatto è osservabile tanto per i fondi azionari quanto per quelli obbligazionari.

Presta attenzione alle colonne verdi dei grafici qui sotto, estratti proprio dal report di Morningstar:

  • Ad un anno, solo il 30% dei fondi azionari e il 50% dei fondi obbligazionari riesce a superare il proprio benchmark. Una piccola percentuale di fondi (circa il 5%), persino, chiude.
  • A cinque anni, meno del 20% dei fondi azionari e circa il 50% di quelli obbligazionari sono ancora in vita e hanno anche battuto il benchmark con continuità. La moria aumenta: il 25% dei fondi azionari e obbligazionari che esistevano 5 anni prima sono scomparsi dal mercato (vengono chiusi o fusi in altri fondi).
  • A 10 anni, il confronto diventa sempre più difficile: solo il 12% dei fondi azionari riesce a sopravvivere e anche a battere il proprio benchmark. I fondi obbligazionari che riescono nell’impresa sono circa il 30%. Nel frattempo, il 45% dei fondi azionari e il 50% di quelli obbligazionari che esistevano 10 anni prima non esistono più.

A 20 anni, i dati sono impietosi: solo il 5-8% dei fondi azionari e obbligazionari iniziali sono ancora in vita e sono anche riusciti a battere il benchmark. Il 70% dei fondi azionari e obbligazionari che esistevano 20 anni prima sono letteralmente scomparsi.

Cosa concludiamo da questi numeri?

  1. La gestione attiva non è affatto garanzia di qualità. Al contrario, più si rimane investiti in un fondo attivo e più è probabile che il fondo sotto-performi nel tempo, o perfino che chiuda i battenti.
  2. Ai nastri di partenza, esistono centinaia e centinaia di fondi. È letteralmente impossibile conoscere fin dal principio chi sovra-performerà i benchmark nel futuro, soprattutto su distanze temporali lunghe. Tu però devi prendere oggi una decisione su quale fondo puntare per i prossimi 10 anni.
  3. Nemmeno i professionisti sono in grado di “prevedere” chi farà meglio degli altri, e chi ti dice il contrario mente, oppure è semplicemente impreparato. Sotto ti spiego le logiche con cui i fondi “migliori” vengono consigliati.
  4. È molto più sensato e ragionevole, per un investitore, comprare direttamente i benchmark tramite ETF, e tenerli nel tempo. Dopo 10 anni, è pressoché certo di aver performato meglio del 70-80% dei fondi attivi che erano sul mercato 10 anni prima.

Il ciclo di vita di un fondo attivo: ecco perchè è meglio starne alla larga

Ora ti spiego una delle logiche più frequenti che le reti di consulenza bancaria utilizzano per selezionare i fondi “migliori” da mettere nel portafoglio dei clienti.

Le reti di consulenza bancaria tendono a promuovere fondi attivi che hanno sovraperformato di recente il benchmark o i concorrenti. Queste buone performance passate rendono i fondi “di moda” e quindi facilmente collocabili ai clienti. Spesso si accompagna la proposta di investimento in questi fondi con previsioni ottimistiche sul futuro e utilizzando i cosiddetti “rendimenti attesi”.

In realtà, la sovraperformance iniziale deriva spesso da scelte di portafoglio aggressive fatte dai gestori nella fase di lancio, con l’obiettivo di farsi selezionare dai fund selectors e raccogliere masse proprio grazie al lavoro di distribuzione di banche e reti di consulenza, con cui stringono accordi commerciali. Più masse significano più commissioni e incentivi.

Una volta raggiunta una dimensione rilevante, però, l’incentivo cambia: il gestore riduce il rischio, si avvicina alla media di mercato e punta a preservare le masse, non a massimizzare i rendimenti per i clienti. La strategia diventa difensiva e orientata alla sopravvivenza del fondo e al flusso di commissioni.

Clienti e selezionatori tendono a non reagire subito alle sotto-performance per inerzia decisionale e per evitare di ammettere errori di valutazione. Questo consente al fondo di continuare a incassare commissioni anche mentre i risultati peggiorano.

Quando i disinvestimenti aumentano, la pressione sul gestore cresce. Spesso reagisce con cambiamenti frettolosi, cercando di recuperare performance, con l’effetto di peggiorare ulteriormente i risultati. Se il fondo non si riprende, viene chiuso o fuso con un altro fondo e scompare.

Questo meccanismo spiega perché circa il 70% dei fondi attivi di 20 anni fa oggi non esiste più: i fondi fallimentari vengono eliminati e dimenticati, lasciando visibili solo i “sopravvissuti” nelle statistiche.

Certificati e prodotti strutturati

Si tratta di strumenti finanziari complessi che offrono rendimenti legati a specifici scenari di mercato. Il certificato più classico è un prodotto del tipo:

  • “Ti offro il rendimento X se, a una certa data (o per un certo periodo), si verifica la condizione Y.”

Esempio: 

  • “Ti pago il 7% annuo se l’azione ENI non scende sotto -30% da oggi alla scadenza.”

Per capire meglio il significato vero di questa frase, però, la formula più corretta sarebbe:

  • “Ti offro il rendimento X perché tu accetti di assorbire il rischio Z, che si materializza se la condizione Y non si verifica.”

Ecco come si modifica l’esempio di prima:

  • “Ti pago il 7% annuo finché ENI non perde più del 30%. Se succede, smetti di guadagnare e ti prendi la perdita.”

Come si può intuire, certificati e prodotti strutturati non sono strumenti semplici. La regola più efficace per non farsi del male con gli investimenti è: non investire mai in qualcosa che non si capisce.

I prodotti strutturati sono complessi persino per gli addetti ai lavori. Nascono come strumenti derivati che possono incorporare opzioni, condizioni trigger, condizioni temporali, varianti, varianti di varianti, “effetti”, e via dicendo.

In pochissime parole, con un prodotto strutturato ti fai carico di un rischio che l’emittente spesso non vuole tenere in bilancio, e spesso nascondono costi e rischi inutili. Per questi motivi, certificati e prodotti strutturati sono, nella maggioranza dei casi, investimenti e strumenti finanziari da evitare.

Conti deposito vincolati a lungo termine

Il conto deposito vincolato non è, in sé, uno strumento da evitare a priori. Potrebbe tuttavia risultare sconveniente se si sceglie di investire in un conto deposito a lungo termine e senza opzione di svincolo (oppure, che fa perdere gli interessi maturati quando l’opzione di svincolo viene esercitata).

Qui il problema principale è quello di rimanere “incastrati” in un prodotto che perde competitività in determinati scenari. 

Immaginiamo di investire in un conto deposito vincolato a 5 anni che promette un rendimento del 3,5% annuo. Se nel frattempo i tassi dovessero salire, mi piacerebbe poter liquidare il conto deposito per investire in nuovi strumenti a maggior rendimento. 

E invece, non posso: il conto è vincolato fino alla scadenza. E nei casi in cui posso svincolare il denaro, perdo gli interessi maturati, tutti o in parte.

Altri scenari in cui i conti deposito vincolati a lungo potrebbero risultare sconvenienti:

  • Quando affronto un imprevisto della vita per il quale mi serve denaro in breve tempo: il vincolo sul conto deposito mi impedisce di accedere a quel denaro.
  • Se, nello stesso contesto di mercato, i titoli di stato offrono rendimenti analoghi o superiori a pari scadenza: il conto deposito potrebbe non convenire in termini di rendimenti netti, fiscalità, e di rigidità del prodotto.
  • Se l’inflazione sale in modo inaspettato: ho investito in un conto deposito a tasso fisso.

I conti deposito, anche vincolati, possono avere senso su periodi più brevi (es. 1-2 anni), soprattutto se ho già delle spese pianificate e intendo mettere da parte del denaro per quell’intento specifico.

Libretti e buoni postali

Uno dei grandi classici degli investimenti italiani è rappresentato dai buoni postali. Come nel caso dei conti deposito, anche per i libretti e buoni fruttiferi postali non si può parlare di strumenti finanziari da evitare in senso assoluto. 

Semplicemente, bisogna essere consapevoli che questi investimenti sono spesso meno convenienti di altri, a parità di rischio.

Le due cose da ricordare quando investo in un buono postale:

  1. Il garante è lo Stato Italiano, dunque sto accettando lo stesso rischio emittente che sostengo quando compro un Btp
  2. Ma, a differenza dei Btp, i buoni fruttiferi rendono in genere di meno, e sono più rigidi: svincolare un buono fruttifero prima della scadenza (o di determinate tranche temporali) fa perdere gli interessi maturati fino a quel momento.

Per contro, certi buoni postali potrebbero risultare interessanti, se scelti chirurgicamente, per via del meccanismo del compound degli interessi, laddove non si volesse sostenere un rischio legato all’andamento dei mercati finanziari.

Come evitare il disastro finanziario L'87% degli investitori non sa quello che fa e non si tutela correttamente. Il risultato potrebbe essere un disastro finanziario (evitabilissimo). Proteggiti adesso con la mia potente check-list di pianificazione!

Hai investito in strumenti finanziari da evitare? Fai questo esercizio pratico

Se hai un patrimonio investito e vuoi capire se hai acquistato strumenti finanziari da evitare, ti suggerisco di fare questo semplice esercizio pratico. 

Accanto ad ogni strumento finanziario che hai in portafoglio, metti una dicitura e un colore:

    • PUL: se hai una polizza unit linked, colore rosso: strumento da evitare.
    • GP: se hai una gestione patrimoniale, colore rosso: strumento da evitare.
    • FA: se hai un fondo attivo, colore arancio o rosso a seconda del costo (< 1,5% colore arancio, sopra 1,5% colore rosso): sono strumenti da evitare il più delle volte.
    • PS: se hai certificati o prodotti strutturati, colore arancio o rosso a seconda di costi e complessità (se non sapresti descriverlo metti colore rosso): strumenti da evitare in moltissimi casi.
    • PIR: Se hai un PIR o, peggio, un PIR alternativo, colore arancio o rosso. Strumenti da evitare.
    • CDV: conto deposito vincolato, colore giallo se a lunga scadenza, verde se a breve scadenza.
    • BFP: Buoni fruttiferi postali. Colore giallo o verde a seconda.
    • ETF: se hai ETF in portafoglio, colore verde. Buoni strumenti per investire.
    • Obbligazioni governative: se hai titoli di stato euro a scadenza breve o media, metti colore verde. Se sono a lunga scadenza o in valute forti (es dollaro), mettici il giallo – sono da valutare. Se sono in valute di Paesi emergenti, metti il rosso: meglio evitare.
    • Obbligazioni societarie: Campo semi-minato. Se sono di buona qualità, in euro e a breve scadenza, colore verde. In tutti gli altri casi colore giallo o rosso, da valutare caso per caso. 
    • Azioni: di per sé, le azioni appartengono alla categoria dei “verdi”, ovvero sono strumenti finanziari puri e senza costi. Tuttavia, l’investimento in azioni singole è sconsigliato per la larga maggioranza degli investitori e, quando vengono fatti, è utile limitare l’esposizione a una piccola porzione del portafoglio.

Ora conta: 

  • Quante caselle rosse hai?
  • Quante caselle arancioni o gialle?
  • Quante caselle verdi?

Se hai molto patrimonio sulle caselle arancioni o rosse, è il momento di prendere in mano la situazione.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo visto un notevole numero di strumenti e prodotti finanziari da evitare. Polizze unit linked, gestioni patrimoniali, fondi attivi, certificati e prodotti strutturati occupano le prime posizioni: questi investimenti, spesso e volentieri, non convengono affatto a chi li sottoscrive.

Per contro, convengono molto a chi li propone, perché l’impianto consulenziale classico di banche e reti è costruito in modo da premiare l’attività di collocamento di prodotti ad alto margine proprio per gli istituti finanziari.

Se senti la necessità di confrontarti con me per l’analisi della tua situazione finanziaria, puoi prenotare la tua prima sessione qui sotto:

A presto,

Francesco

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